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Cormòns e varie località del Collio, Italia e Slovenia


Jazz & Wine of Peace, 26-30 ottobre 2016




Più ricca che negli anni precedenti, la 19esima edizione di Jazz&Wine ha confermato il fortissimo legame con il territorio e il carattere multiculturale, sia per i contenuti musicali che per la presenza di numerosi spettatori austriaci e sloveni.
Come di consueto, il Teatro Comunale di Cormòns ha ospitato i concerti serali, più appetibili per il grande pubblico. Le ville, le tenute, le aziende vinicole e le cantine in cui erano stati distribuiti tutti gli altri eventi hanno fornito parecchi elementi di riflessione e non poche, gradite sorprese. E da queste ultime vale la pena di iniziare.


Gonzalo Rubalcaba © Luca d'Agostino/Phocus Agency by courtesy of Jazz & Wine

Alla Villa Attems di Lucinico Emile Parisien (ss), Michele Rabbia (perc, el) e Roberto Negro (p) hanno dimostrato come si possono attualizzare dei linguaggi storicizzati senza cadere nel "già sentito”. Nel pianismo di Negro si colgono tracce di Satie, echi di Paul Bley e una netta influenza della musica contemporanea del secondo Novecento per l’uso delle preparazioni. Improntato da una matrice postweberniana, il processo di graduale costruzione privilegia le timbriche ed integra frammenti elettronici, suoni parassiti del soprano e la vasta gamma delle percussioni. Si concretizza quindi in costruzioni poliritmiche, inconsuete rielaborazioni jazzistiche (Cantabile di György Ligeti!) e si destruttura in progressioni free che il soprano penetra come una lama tagliente.

Nella cornice dell’Abbazia di Rosazzo Jean-Louis Matinier (acc) e Marco Ambrosini (nyckelharpa) hanno dato vita a una gioiosa forma di improvvisazione oltre i generi. Originalissima la scelta di Ambrosini. Non potendo più praticare l’attività di violinista classico a causa di un infortunio, ha riesumato uno strumento ancora utilizzato nella musica popolare svedese: simile alla ghironda, dotato di corde melodiche e di risonanza, e in grado di produrre bordoni. La vitale interazione con Matinier  riecheggia la tradizione folklorica, la musica antica, Gesualdo e Monteverdi, riportando alla mente le collaborazioni del fisarmonicista con Michel Godard, Renaud Garcia-Fons e Michael Riessler.

Presso la tenuta di Angoris Andrea Massaria (g) e Bruce Ditmas (dm) hanno riproposto il contenuto di un recente lavoro dedicato a Carla Bley, adottando due differenti procedimenti. Giocano su dinamiche rarefatte nella ripresa di «Olhos de gato», nel clima sospeso (favorito dall’uso del delay) di «Utviklingssang» e nella parafrasi di «Ida Lupino». Danno poi vita a lunghe, infuocate improvvisazioni su «Vashkar», «And Now the Queen» e «Batterie», destrutturandone e nascondendone i temi. In questo contesto gli unici limiti vanno individuati in una certa uniformità timbrica e nella preponderanza sonora dei poliritmi di Ditmas.

A Buttrio, presso la Villa di Toppo Florio, il Living Being Quintet di Vincent Peirani ha mostrato notevoli capacità di attingere a fonti disparate. Tony Paeleman (elp), Julien Herné (elb) e Yoann Serra (dm) formano una sezione ritmica che costruisce capaci impianti modali (l’ombra di Miles Davis è dietro l’angolo). Le composizioni originali sono ricche di interessanti spunti melodici e alcune felici intuizioni alimentano le rielaborazioni di altro materiale. «Some Monk» prende forma da due frammenti di «We See» e «Played Twice»; il collettivo esprime vertici di grande lirismo in «Dream Brother» di Jeff Buckley ed efficace compattezza nella frenetica versione di «Mutinerie» di Michel Portal. Peirani agisce da vero leader, coordinando le esecuzioni e interagendo con un sorprendente Emile Parisien, autore di ficcanti assolo di soprano e in qualche misura debitore di David Liebman.

Alla Kulturni Dom di Nova Gorica il quartetto Made To Break, diretto da Ken Vandermark, ha confermato di rappresentare una degnissima continuazione dell’enorme patrimonio di Chicago. La sete di sperimentazione del sassofonista anima lunghe sequenze in cui confluiscono la ricerca timbrica e la varietà di fonti proprie dei musicisti dell’AACM, occasionali richiami al free e l’elettronica di Christof Kurzmann. Sostenuto dal febbrile lavoro di Tim Daisy (dm), Vandermark sviluppa una potenza impressionante nel fraseggio del tenore (Ayler è un credibile riferimento), mentre al clarinetto mantiene una pulizia timbrica esemplare anche nei passaggi più impervi. Con lui interagisce efficacemente Jasper Stadhouders (elb) con il suo Rickenbacker, strumento molto in voga nel progressive rock e qui veicolo di originali soluzioni timbriche.

Grande creatività e inclinazione per la composizione estemporanea hanno caratterizzato il set del duo Groove & Move presso l’Azienda Agricola Borgo San Daniele di Cormòns. Gabriele Mitelli (tp, pocket trumpet, fgh, perc) e Pasquale Mirra (vb, perc) operano liberamente sulle orme di Don Cherry e Karl Berger. Affiora indirettamente la memoria di dischi storici come Symphony for Improvisers, Togetherness e Eternal Rhythm, ma il riferimento a Cherry si concretizza quando i due citano «Art Deco» e «Brown Rice». Lo spirito del grande Don si traduce in un’esplorazione timbrica, spesso generata da bordoni emessi dalla pocket trumpet o da una tromba preparata (che suona quasi come un didjeridoo), o dall’impiego di piccole percussioni. In entrambi i casi si procede comunque alla costruzione di strutture. Che poi la memoria storica sia sempre vigile, lo dimostrano altre fugaci citazioni: segmenti di «Epistrophy» e «I Mean You», o il tema di «Orange Was the Colour of Her Dress».

Quanto certe pur prestigiose scuole possano creare repliche di modelli, lo ha testimoniato il concerto di Nir Felder a Vila Vipolže. Formatosi alla Berklee di Boston, il chitarrista dimostra di aver appreso elementi da tutti i maggiori specialisti. Tuttavia, il fraseggio e il suono – provvisti anche di un retroterra rock - non rivelano un’identità precisa. Inoltre le sue composizioni, per quanto gradevoli, denunciano una certa prevedibilità sul piano armonico. Orlando le Fleming (elb) e Jimmy MacBride (dm) si adeguano a questo canovaccio scontato.

Bel progetto, quello presentato alla Tenuta Villanova di Farra d’Isonzo da Klaus Gesing (bcl, ss), Björn Meyer (elb) e Samuel Rohrer (dm). Come documenta Amiira, il trio fa dell’interplay, della ricerca timbrica e della lenta, ma graduale, costruzione di raffinate melodie i propri punti di forza. Alla continua circolazione di segnali e spunti contribuiscono in ugual misura le meticolose costruzioni e la nitida pronuncia di Gesing, la vasta gamma di soluzioni di Meyer (pedali, arpeggi, note stoppate, effetti, corde e cassa armonica percosse) e il lavoro sui colori – degno di un percussionista – di Rohrer. Ne risulta una compiuta unità formale.

Alla Cantina Renato Keber di Zegla, il trio São Paulo Underground – Rob Mazurek (corn, el), Guilherme Granado (sint), Mauricio Takara (dm, cavaquinho) – ha inscenato un concerto-evento dagli aspetti vagamente rituali. Furiose e pulsanti progressioni ritmiche, rafforzate dai sintetizzatori analogici, introdotte e scandite nella loro successione da nenie vocali di sapore tribale ed effetti elettronici vintage. Su questo flusso pressoché ininterrotto si staglia la cornetta di Mazurek con fraseggi brucianti e improvvise impennate in cui convivono la lezione irriverente di Lester Bowie e la poesia naïve di Don Cherry. Si assiste dunque ad una rappresentazione che - fatte le debite proporzioni – evoca le lontane esperienze della Sun Ra Arkestra e dell’Art Ensemble of Chicago, provviste però di significati ben più profondi.

Quanto ai concerti serali tenutisi presso il Teatro Comunale di Cormòns, hanno richiamato un pubblico numeroso e offerto una qualità complessivamente alta, pur suscitando alcune perplessità e qualche delusione, frutto di discussioni tra addetti ai lavori e appassionati.

Con il suo ormai classico quartetto Jan Garbarek si è fossilizzato su una formula consolidata, nella quale convivono al tempo stesso alcuni felici spunti melodici di matrice popolare e scivolate in una world music superficiale. Lo show è confezionato in modo impeccabile, sulla base di un repertorio privo di novità, e prevede anche alcuni ampi spazi riservati agli (inutili) assolo degli altri membri, liberati dai loro compiti di comprimari, secondo una prassi più tipica di un concerto rock: il funambolico, a volte straripante, Trilok Gurtu, l’unico in grado di aggiungere tocchi di colore e creatività; l’onesto ma impersonale Yuri Daniel (elb); l’umile e didascalico Rainer Brüninghaus (p, sint). I pochi momenti di pura emozione coincidono con alcuni interventi di Garbarek, in virtù del suo timbro adamantino, e con la suite «Molde Canticle», tratta da I Took up the Runes (1990).

Rispetto alle esibizioni italiane del 2015, il quartetto Aziza ha assunto una fisionomia più omogenea, ma anche più prevedibile e senz’altro meno incline al rischio. A dispetto delle magistrali costruzioni di Dave Holland (b) e dell’inventiva di Eric Harland (dm), le esecuzioni si indirizzano spesso su solidi e talvolta accattivanti grooves. Si apprezzano la compattezza del collettivo e lo sforzo compositivo di tutti e quattro i componenti. In quest’ambito sembrano comunque aver acquistato più peso i contributi di Chris Potter (ts, ss) e Lionel Loueke (g). Purtroppo, il primo impiega un decimo del suo invidiabile talento, ricorrendo troppo spesso a patterns e a un linguaggio "breckeriano”. Il secondo utilizza molteplici effetti, ma sfoggia un suono e un fraseggio personali solo su certi impianti poliritmici vicini alle proprie radici africane.

Con il recente Charlie Gonzalo Rubalcaba ha tributato un sentito omaggio al suo maestro Haden. Rinunciando quasi completamente ai suoi virtuosismi pianistici, affronta con rispetto First Song e Silence, facendo un uso certosino dello staccato e applicandovi delle opportune pause: prassi esaltata dall’esecuzione in trio di Blue In Green. Quindi, aggiunge con misura delle connotazioni afrocubane al versante latino di Haden (La Pasionaria ne è un esempio lampante) o a brani altrui inseriti dal contrabbassista nel proprio repertorio, come Hermitage di Pat Metheny. Degno erede di Haden, Matt Brewer elabora linee essenziali ma pregnanti con un suono sontuoso e avvolgente, stimolando Jeff Ballard a produrre un’ampia gamma di sfumature percussive. In questo contesto, a Will Vinson (as) tocca un semplice compito di esposizione e finalizzazione dei temi.

Rispetto al Cd When You Wish Upon A Star, Bill Frisell ha presentato una formazione priva della viola di Eyvind Kang, trovandosi di fronte all’esigenza di far coesistere il trio - con Thomas Morgan (b) e Rudy Royston (dm) – e l’esile voce di Petra Haden, per di più pregiudicata da tosse e raffreddore. Era poi lecito domandarsi se il repertorio (adattamenti di musiche da film) avrebbe retto a questa verifica. A conti fatti, si può parlare di prova brillantemente superata, nonostante alcune inevitabili defaillances vocali. Tutto sommato, Petra è riuscita ad apportare una certa espressività – con un approccio di matrice quasi folk - alle interpretazioni di «Moon River», «When You Wish Upon a Star» e «The Windmills of Your Mind». Frisell e i colleghi si sono addentrati con grande consapevolezza delle tessiture dinamiche nei risvolti di «Lush Life» e «To Kill A Mockingbird», riuscendo a non banalizzare temi arcinoti come «Once Upon a Time in the West» di Morricone e «The Godfather» di Rota. Merito anche della capacità interattiva e del gusto melodico di Morgan, delle soluzioni inventive e della sensibilità coloristica di Royston. Quanto a Frisell, non si può non ammirare il senso dell’economia nella costruzione delle frasi e la cura nel modellare il suono, caratteristiche indispensabili per affrontare un repertorio apparentemente scontato e aggiungere un altro capitolo alla sua ricerca nell’ambito della popular music.

A conclusione di un’edizione di grande successo sotto tutti i profili, è lecito trarre solo auspici favorevoli per il prossimo ventennale.


Enzo Boddi
Foto di Luca d'Agostino/Phocus Agency by courtesy of Jazz & Wine

© Jazz Hot n° 677, automne 2016