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Iseo, Italia


Iseo Jazz/La Casa del jazz italiano, 10-17 juillet 2016

il pubblico sul sagrato della pieve di Sant'Andrea  durante il concerto di Enten Eller © foto X by Courtesy of Iseo Jazz

Iseo è una pittoresca cittadina lombarda in provincia di Brescia, situata sulle sponde del lago omonimo in uno scenario naturale di grande bellezza, pochi chilometri a nord della Franciacorta, zona rinomata per i suoi eccellenti vini. Da ventiquattro anni Iseo ospita un festival che nella definizione La casa del jazz italiano racchiude uno scopo programmatico ben preciso: riservare spazio ai musicisti italiani, documentando la scena nazionale nella sua ampiezza e soprattutto privilegiando veri progetti e produzioni originali. Una cosa non da poco, considerando la scarsa attenzione dedicata ai jazzisti italiani da molti festival nazionali.
La direzione artistica è affidata al musicologo Maurizio Franco, docente dei Civici Corsi di Jazz della Civica Scuola di Musica di Milano. Inoltre, dato tutt’altro che trascurabile, la manifestazione tiene in debito conto anche il rapporto con il territorio, dislocando alcuni eventi in altre località del Bresciano.





Nel cortile del Palazzo Municipale di Palazzuolo sull’Oglio il quartetto di Roberto Rossi ha presentato un progetto espressamente concepito per il festival, dedicato al Clifford Brown compositore: lungi da intenti filologici o revivalistici, l’operazione ha messo in luce la vitalità dei materiali esaminati. Merito dell’ampio vocabolario padroneggiato dal trombonista nella feconda interazione con Giacomo Uncini (tp), giovane e brillante virtuoso, e del solido supporto di Marco Vaggi (b) e Tony Arco (dm).
Il trio di Stefano Battaglia ha riproposto il repertorio di In the Morning (ECM), disco basato sulle musiche di Alec Wilder. Una lucida e profonda analisi valorizzata dal bagaglio culturale del pianista e dalla dialettica empatica instaurata con Salvatore Maiore (b) e Roberto Dani (dr). In assoluto, un piano trio tra i più interessanti in circolazione per audacia armonica e ricerca timbrica.




La Villa Mazzotti di Chiari ha costituito lo scenario per un altro progetto speciale: la riproposizione in forma interdisciplinare di Such Sweet Thunder di Ellington ad opera di una delle emanazioni dei Civici Corsi di Jazz, la Workshop Big Band diretta da Luca Missiti, coadiuvata da attori e danzatori sotto la regia di Valentina Mignogna.




L’Auditorium di Darfo ha ospitato una serata riservata a Gershwin. Ex allievo di Marco Fumo (tra i massimi specialisti mondiali di ragtime e musica afroamericana colta), il pianista Michele Di Toro ha affrontato pagine impegnative come Rhapsody in Blue e Prelude n. 2, oltre a «Rialto Ripples», appartenente alla fase giovanile di Gershwin. Nella versione pianistica, piuttosto rara, della rapsodia Di Toro ha correttamente marcato quegli aspetti ritmici spesso ignorati o trascurati in molte esecuzioni classiche, inserendovi anche porzioni di improvvisazione - del resto previste nella stesura originaria del compositore - con tocco nitido, cristallino e opportune variazioni dinamiche. Ha inoltre valorizzato la sezione di ispirazione afrocubana, introdotta da note ribattute, ed esaltato l’uso dei block chords nei passaggi salienti. Con felice intuizione, Di Toro ha interpretato più liberamente il Prelude n. 2, aprendolo con una variazione sul tema, quasi destrutturato, di «Summertime», del quale ha successivamente sfruttato alcuni frammenti per interpolare la linea tematica del preludio, enunciata per gradi con grande senso del blues. Infine, in «Rialto Ripples» ha riproposto il Gershwin innamorato del ragtime e del novelty, incorporandovi figure di stride e alcune dissonanze.

Enrico Intra © foto X by Courtesy of Iseo Jazz






In duo con la cantante americana Joyce Yuille, il pianista Enrico Intra (direttore della Civica Jazz Band) ha fornito un saggio del suo consueto acume interpretando una serie di noti standards gershwiniani: «Embraceable You», mediante l’insolita prassi di precedere il tema con la strofa; «I Got Rhythm», asciugata e spogliata da approcci convenzionali; «I’ve Got a Crush on You», caratterizzata da efficaci scivolamenti delle sillabe e accenti flautati; «They Can’t Take That Away from Me», ricca di fugaci richiami a James P. Johnson, Fats Waller, Teddy Wilson ed Errol Garner. Nella versione in solo di «Summertime» Intra è partito da un ostinato martellante, inframezzandovi frammenti del tema, prima centellinati e poi arricchiti da ornamentazioni, e poi ritornandoci - con variazioni di tempo e atmosfera – attraverso una figura di walking. Dotata di un contralto possente, Joyce si è riservata un’emozionante versione a cappella di «Motherless Child».






Tutti gli altri concerti si sono svolti a Iseo in due suggestive cornici: il sagrato della pieve romanica di Sant’Andrea e il Lido di Sassabanek. La vocalità è riapparsa in forme diverse nel duo tra Boris Savoldelli (voc) e Walter Beltrami (g), musicisti dell’area bresciana attivi anche in ambito internazionale. Col supporto dell’elettronica, Savoldelli e Beltrami applicano un trattamento radicale a noti standards e vecchie canzoni italiane. Lo dimostrano lo stravolgimento di «Caravan» grazie a stratificazioni vocali ottenute mediante campionamenti; la tonalità desueta impressa a «Georgia on My Mind»; la veste stralunata, quasi psichedelica, confezionata per una canzoncina come «Pippo non lo sa»; il taglio rock applicato a un classico come «Ma l’amore no». Forte di una gamma camaleontica, Savoldelli è un curioso sperimentatore; Beltrami interpreta da par suo il ruolo di moderno chitarrista padrone di un esteso vocabolario.


Boris Savoldelli e Walter Beltrami © foto X by Courtesy of Iseo Jazz


Al 30e anno di vita, il quartetto Enten Eller ha riconfermato i tratti distintivi della sua poetica. Spicca la propensione per scarne melodie innestate su impianti modali essenziali e per temi geometrici dal gusto vagamente «ornettiano». In quest’ambito tromba (Alberto Mandarini) e chitarra (Maurizio Brunod) disegnano succosi unisoni, talvolta anche con il filtro dell’elettronica. Anche nei passaggi più informali, la ritmica gode di un ampio respiro in virtù della profonda cavata, delle linee penetranti e dei pedali possenti di Giovanni Maier (b) e della discrezione di Massimo Barbiero (dm) nell’uso di quelle dinamiche e quei colori che contraddistinguono la filosofia del quartetto.




L’originale piano solo di Oscar Del Barba, altro local hero, ha riservato una bellissima sorpresa. Il suo approccio prende le mosse dal retroterra europeo colto, il che gli permette di elaborare le cellule di temi dalla struttura dodecafonica costruendo forme politonali e polimetriche col metodo della sovrapposizione. Nel suo pianismo confluiscono tanto elementi postweberniani quanto influenze di Tristano e Bley, specie nel gioco ritmico sul registro grave. Inoltre, Del Barba dimostra di saper dialogare efficacemente con il silenzio mediante l’uso di staccato e pause.


Il quintetto di Riccaro Del Fra © foto X by Courtesy of Iseo Jazz





Da lungo tempo residente in Francia, il contrabbassista Riccardo Del Fra ha fornito col suo quintetto italo-francese una grande prova di coesione e magistero interpretativo. Elementi, questi, tangibili nell’approccio critico e nel taglio moderno applicati a «But Not for Me» e «I’m Old Fashioned», completamente rivitalizzati, o a una «Love for Sale» trasposta su un impianto soul jazz ravvivato da tinte funk. Del Fra interagisce proficuamente con Ariel Tessier (dr), e altrettanto fanno Maurizio Giammarco (ts, ss) e Francesco Lento (tp): il primo con un linguaggio obliquo, ricco di intuizioni specie al soprano; il secondo con frasi articolate, ma sempre meditate. Bruno Ruder (p) esibisce uno stile brillante, con tracce di Herbie Hancock e McCoy Tyner.  Il trattamento riservato da Del Fra a «I’m a Fool to Want You», in un poetico duetto con Ruder, costituisce un vertice di rara espressività: il contrabbasso esegue il tema, scandendolo meticolosamente, e poi «canta» letteralmente nella parte improvvisata.







Maria Pia De Vito (voc) e Rita Marcotulli (p) possono permettersi di affrontare qualsiasi tipo di materiale con acume critico e fertile creatività, mantenendo inalterati spirito, linguaggio ritmico-armonico e pronuncia del jazz. Le composizioni di Marcotulli privilegiano figure ritmiche articolate su cui De Vito si avventura in spericolate acrobazie utilizzando la voce alla stregua di uno strumento a fiato o a percussione, in una dialettica serrata e simbiotica. L’essenza melodica, propria del retroterra della cantante, si estrinseca nell’uso del napoletano, segnatamente in «Voccuccia de no pierzeco» (villanella del XVI secolo) e nella traduzione di un testo di Borges. Penetra poi in aree disparate, confrontandosi anche con la canzone d’autore: è il caso di «Rainbow Sleeves», scritta da Tom Waits per Rickie Lee Jones. Alla De Vito è stato assegnato il Premio Iseo.


Maria Pia De Vito e Rita Marcotulli © foto X by Courtesy of Iseo Jazz



Enzo Jannacci (Milano 1935-2013) è stato uno dei più geniali cantanti italiani, autore di canzoni surreali dal retrogusto dolce-amaro, ricche di trovate ingegnose. Al suo attivo vantava anche esperienze giovanili come pianista jazz, accompagnatore dei musicisti americani di passaggio. Assemblata dal clarinettista Paolo Tomelleri, l’Orchestra Jannacci è un sestetto formato da musicisti che avevano collaborato con il cantautore milanese: Marco Brioschi (tp), Paolo Brioschi (p), Sergio Farina (g), Piero Orsini (b) e Flaviano Cuffari (dm). Progetto speciale del festival, Ciao Enzo in jazz è una dedica affettuosa all’amico scomparso, composta da versioni di quelle canzoni («L’Armando»,
«Il tassì», «Vincenzina», «Veronica», «El portava il scarp del tennis») armonicamente già predisposte a una rielaborazione jazzistica. Un gustoso mainstream ricco di swing, richiami al dixieland e sostanziose iniezioni di bossa.



Maurizio Franco, Gianni Coscia, Gianluigi Trovesi © foto X by Courtesy of Iseo Jazz
A chiusura del festival, 7 Wheels for Wheeler, che la Bocconi Jazz Business Unit ha incentrato sulle composizioni di Kenny Wheeler, e un altro progetto speciale: Dalla monferrina a Kurt Weill, dedicato a Umberto Eco e corredato da testi scritti e recitati da Maurizio Franco per Gianluigi Trovesi (cl) e Gianni Coscia (acc), quest’ultimo concittadino e amico fraterno di Eco. Le tappe della narrazione solcano il percorso del navigato duo, che come consuetudine esplora vasti territori tra musica dotta e popolare: dal folk del Nord Italia ai Balcani, dal Rinascimento a Offenbach, da Fiorenzo Carpi a Weill, fino alla canzone italiana d’antan.



Il festival di Iseo prende dunque in debita considerazione le molteplici sfaccettature dell’attualità nazionale, cercando di individuare un’identità comune attraverso un’impronta fortemente progettuale. Arrivederci al 2017 per il 25e anniversario.. 

Enzo Boddi
Foto X by courtesy of Iseo Jazz


© Jazz Hot n° 677, autunno 2016