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Bergamo, Italia

Bergamo Jazz, 17-20 marzo 2016


Dopo la gestione quadriennale di Enrico Rava, Dave Douglas ha rilevato la direzione artistica della 38esima edizione di Bergamo Jazz, imprimendo un taglio forse meno innovativo, ma mantenendo alta la qualità e la varietà delle proposte. Il ricco cartellone è stato come sempre completato da eventi collaterali, comprendenti concerti di musicisti locali, presentazioni di libri e incontri, come quelli curati dal Centro Didattico Produzione Musica con studenti delle scuole primaria e secondaria, o il dibattito tra Douglas e Franco D’Andrea. Come di consueto, i concerti erano distribuiti tra il Teatro Donizetti, il Teatro Sociale, l’Auditorium della Libertà e la galleria d’arte Gamec. Il numeroso e attento pubblico si è così confrontato con un’ampia gamma di temi, primo fra tutti l’approccio alla tradizione, coniugato in modi diversi.




Franco d'Andrea ©Gianfranco Rota by courtesy of Bergamo Jazz

Il trio di D’Andrea, integrato da Han Bennink, costituisce per il pianista una chiave efficace per trapiantare le polifonie del jazz di New Orleans (praticato in gioventù) in un impianto poliritmico in cui coesistono riferimenti a Waller, Ellington, Tristano e Monk, e sconfinamenti in ambito atonale. Affiora poi una latente matrice africana, come dimostrano le cupe figurazioni sul registro grave che scompongono «Caravan», ed emerge la costante dialettica con Bennink, erede tra gli altri di Baby Dodds, alle prese con il solo rullante e tutte le superfici circostanti. Daniele D’Agaro (cl) e Mauro Ottolini (tb) rappresentano il versante polifonico con un’amplissima gamma timbrica ed espressiva, moderni interpreti di un percorso che da una parte unisce Johnny Dodds, Barney Bigard e Pee Wee Russell a Jimmy Giuffre e Anthony Braxton, dall’altra Kid Ory, Tricky Sam Nanton e Jack Teagarden a Roswell Rudd e Ray Anderson.


Geri Allen ©Gianfranco Rota by courtesy of Bergamo Jazz

In un periodo in cui certi musicisti afroamericani (Nicholas Payton in testa) rifiutano il termine jazz a favore dell’acronimo BAM (Black American Music), in un piano solo dedicato a Detroit e Motown Geri Allen ha dimostrato come si possa eseguire grande musica infischiandosene delle etichette. Senza scarti stilistici, Miss Allen ha sciorinato profondità armonica, scioltezza di fraseggio, meticoloso lavoro ritmico (con uso efficace del registro grave) e un pensiero melodico nitido e asciutto, anche nella rilettura di classici Motown come «That Girl» di Stevie Wonder, «The Tears of a Clown», scritta dallo stesso Wonder per Smokey Robinson, «Save the Children» di Marvin Gaye e «Wanna Be Startin’ Something» di Michael Jackson.


Joe Lovano Quartet ©Gianfranco Rota by courtesy of Bergamo Jazz

Con il nuovo quartetto –Lawrence Fields (p), Peter Slavov (b), Lamy Estrefi (dm)– Joe Lovano ripropone una poetica ormai consolidata: impianti modali di matrice coltraniana, temi eleganti e ben congegnati, successioni di assolo torrenziali in cui spicca il linguaggio asciutto di Fields, degno di Red Garland e sostenuto da un’enfasi ritmica memore di McCoy Tyner. Moderno mainstream? Classicismo? Il dibattito è aperto.


Kenny Barron ©Gianfranco Rota by courtesy of Bergamo Jazz

Kenny Barron ha fornito un’autentica lezione di stile e misura. In trio con Kiyoshi Kitagawa (b) e Johnathan Blake (dr), il pianista di Philadelphia ha condensato in un’efficace sintesi il retaggio del be bop (anche attraverso il brano eponimo di Dizzy Gillespie), le tensioni ritmico-armoniche dello hard bop, la lezione di Garland e Monk, il suo passato sodalizio con Charlie Haden («Nightfall»). Blake si rivela un partner ideale, in virtù di un drumming versatile e ricco di scomposizioni.


Billy Martin Wicked Knee ©Gianfranco Rota by courtesy of Bergamo Jazz


Nel quartetto Wicked Knee il batterista Billy Martin ha assemblato tre ottoni: la tuba di Michel Godard, fonte dell’incessante pulsazione ritmica e protagonista di alcuni pregevoli assolo; il trombone di Brian Drye, ricco di inflessioni che ripercorrono la storia dello strumento; la tromba (anche slide) di Steven Bernstein, perfetto contraltare agli stimoli ritmici dettati dal leader, che parte dalla tradizione delle marching bands per procedere attraverso figurazioni poliritmiche, arricchendo il tessuto con i colori di molteplici percussioni. Con questa impostazione, affine alla Pocket Brass Band di Ray Anderson e alla Brass Ecstasy di Dave Douglas, il quartetto spazia dalle polifonie di New Orleans al primo Ellington («It Don’t Mean a Thing»), fino a «Peace» di Ornette Coleman.



Balkan Bop è la denominazione coniata dal pianista albanese Markelian Kapedani per il proprio trio multietnico, completato dall’israeliano Asaf Sirkis (dr) e dal russo Yuri Goloubev (b), dotato di un suono sontuoso e di una bella inventiva melodica. A tratti emergono evidenti richiami alla tradizione balcanica per l’adozione di tempi dispari come 7/4 e 9/8 e per gli echi popolari di certe melodie. Tutto è filtrato attraverso un’estetica mainstream e il frequente ricorso a ritmi latini. Nel pianismo di Kapedani si ravvisano tracce di Red Garland, Bobby Timmons, Cedar Walton e Herbie Hancock.

Anat Cohen ©Gianfranco Rota by courtesy of Bergamo Jazz


Molto più originale risulta la poetica della clarinettista israeliana Anat Cohen, in possesso di una gamma timbrica e di uno spettro dinamico veramente impressionanti, e di una pronuncia che unisce retroterra classico, nuances jazzistiche, inflessioni e modulazioni ebraiche riecheggianti grandi solisti tradizionali come Naftule Brandwein e Dave Tarras, o di estrazione classica come Giora Feidman e David Krakauer. La sua dote maggiore consiste nel combinare il retroterra ebraico con melodie e forme brasiliane, come esemplificano una «Lilia» di Milton Nascimento dalle venature malinconiche o gli chôros «Espinha de bacalhau» di Severino Araújo e «Um a zero» di Pixinguinha. Obiettivo raggiunto anche grazie all’apporto instancabile di Daniel Freedman (dr), alle pulsanti linee di Tal Mashiach (b) e alle escursioni spericolate del 19enne Gadi Lehavy (p).

Vari elementi del patrimonio latino-americano, largamente presenti nel melting pot di New York, sono tradotti in un contesto attuale dal gruppo Catharsis del trombonista Ryan Keberle, con riferimenti evidenti a Cuba, Brasile e Colombia. Strumentista formidabile e fine compositore, Keberle intreccia linee contrappuntistiche e produce densi impasti con Mike Rodriguez (tp). Jorge Roeder (b) ed Eric Doob (dr) abbinano dinamismo, compattezza e interessanti spunti melodici. La voce di Camila Meza, a volte inserita nelle linee dei fiati, possiede un timbro etereo ed un’estensione limitata, ma tutto sommato funzionale al contesto.


Al giorno d’oggi è raro che un concerto jazz attiri molti giovani. L’assunto è stato smentito dal Jazz Quartet di Mark Guiliana, in virtù della sua partecipazione a Blackstar di David Bowie. La scrittura del batterista prevede temi cantabili costruiti su intelaiature armoniche ingegnose, con sviluppi melodici di gusto ed estrazione popular, secondo una poetica cara anche a Bad Plus e Bill Frisell.  Mentre l’apporto del gruppo – Jason Rigby (ts), Fabian Almazan (p), Chris Morrissey (dr) – è puramente funzionale al collettivo, Guiliana evidenzia una certa originalità di linguaggio per l’uso coloristico della batteria, con controtempi tra rullante, grancassa e charleston e la scansione simultanea dei quarti su ride e crash.


Bergamo Jazz ha riservato un po’ di spazio anche alla ricerca. Il duo Tino Tracanna-Massimiliano Milesi (ts) ha condotto un’analisi sul rapporto tra suono, spazio e tempo mediante un’ampia gamma tematica: echi rinascimentali, iterazioni minimaliste, contrappunti bachiani, costruzioni ritmiche, schegge di improvvisazione totale e una versione di «The Train and the River» di Jimmy Giuffre.


Atomic ©Gianfranco Rota by courtesy of Bergamo Jazz

Il quintetto scandinavo Atomic raccoglie idealmente l’eredità del free storico e dell’improvvisazione radicale europea degli anni Settanta e la proietta in una sintesi fresca e incisiva. Nell’ambito di una stessa esecuzione si alternano così possenti collettivi, temi scarni, progressioni su up tempo swinganti, frequenti cambi metrici, fasi atonali, strutture asimmetriche che ricordano la concezione armolodica di Coleman. Sotto la regia di Håvard Wiik (p), mente del gruppo, si incrociano le brucianti sortite di Magnus Broo (tp) e Fredrik Ljungkvist (ts, cl), alimentate dalla massa sonora prodotta da Ingebrigt Håker Flaten (b) e arricchite dalle invenzioni coloristiche di Hans Hulbækmo (dm).



Louis Moholo 5 Blokes ©Gianfranco Rota by courtesy of Bergamo Jazz

Solidissime radici storiche ed identitarie si riscontrano nei 5 Blokes di Louis Moholo-Moholo, con cui il batterista sudafricano rinverdisce lo spirito e, in parte, il repertorio dei Blue Notes. Composto da musicisti inglesi, il quintetto traduce in una forma viva e credibile il lascito degli scomparsi Mongesi Feza, Dudu Pukwana, Johnny Dyani e Chris McGregor. Si ristabilisce così, idealmente ma non filologicamente, la connessione tra la scena free inglese e i sudafricani espatriati. Shabaka Hutchings (ts, bcl) e Jason Yarde (as, ss, bs) intraprendono infuocate digressioni, spesso incrociate. Alexander Hawkins (p) funge spesso da raccordo tra le varie fasi delle lunghe esecuzioni con il suo tocco martellante. John Edwards (b) possiede un fraseggio violento che produce un’onda d’urto sulla quale si innesta il drumming eterodosso del leader: un’estenuante serie di rullate, controtempi, quasi un assolo infinito. Spicca e prevale la coralità dei collettivi, in una sorta di immaginario incontro tra inni sudafricani e Albert Ayler.


Come detto in precedenza, il festival ha evidenziato la tendenza degli artisti americani a compiere delle riflessioni sulla propria tradizione, mettendo in evidenza lo sforzo dei musicisti di altra provenienza di innestare nel linguaggio jazzistico elementi della propria cultura. Conoscendo l’apertura mentale e la varietà di interessi di Dave Douglas, è lecito aspettarsi novità sostanziali e scelte più coraggiose per le prossime edizioni.
Enzo Boddi
Fotos Gianfranco Rota by courtesy of Bergamo Jazz

© Jazz Hot n° 675, Primavera 2016