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Pescara, Italia

Pescara Jazz, 17-19 luglio 2015

Pur avendo dovuto affrontare anche quest’anno non poche difficoltà di ordine finanziario, la direzione artistica di Pescara Jazz è riuscita ad allestire un’edizione, la 43esima, organica e tutto sommato qualitativamente superiore a quelle dei due anni precedenti. I concerti ospitati al Teatro D’Annunzio hanno posto l’accento sulla vocalità, celebrando degnamente il centenario della nascita di Billie Holiday e Frank Sinatra, e sull’eredità lasciata da Miles Davis e John Coltrane.



Bobby McFerrin Group © Paolo Iammarone by courtesy of Pescara Jazz


Come sua consuetudine, Bobby McFerrin supera tutte le barriere stilistiche, improvvisando letteralmente con una formazione alla sua seconda esibizione dal vivo. Attraverso l’amplissima gamma timbrica –dal baritono al falsetto– concentra la ricerca su aspetti ritmici e polifonici di matrice africana, sviluppa fraseggi di derivazione be bop e compie riferimenti al blues e agli spirituals. Spesso imbastisce duetti con piano (Francesco Turrisi), cello (Ben Davis) e percussioni (Andrea Piccioni) sulla base di tracce modali, semplici spunti melodici o ritmici dettati vocalmente. Sia in questo specifico contesto che nel lavoro collettivo risulta piuttosto interessante l’integrazione delle percussioni, particolarmente dei tamburi a cornice, che conferiscono arcani echi etnici.



Lady Day by Cassandra Wilson © Paolo Iammarone by courtesy of Pescara Jazz


Con Coming Forth by Day Cassandra Wilson è riuscita ad estrarre dal repertorio di Billie Holiday (e da standards consumati) il sostrato del blues. Un blues sanguigno, viscerale, «sporcato» da timbriche graffianti, volutamente antiretoriche e prive di virtuosismi, del tutto consone alla tradizione del natio Mississippi. Ne scaturiscono versioni trasposte in tonalità differenti e quasi stravolte rispetto agli originali. Qualche esempio? Le atmosfere cupe e minacciose di «Don’t Explain»; il funky sottile di «You Go to My Head»; la radicale trasformazione armonica di «Good Morning Heartache». In quest’ottica Cassandra si dimostra abile organizzatrice sonora, risparmiando le potenzialità del suo contralto scuro, con cui gioca su toni sommessi e allusivi, rinunciando ad ogni abbellimento. Non solo: sulla solida e implacabile trama ritmica allestita da Jon Cowherd (p), Lonnie Plaxico (b) e Davide Di Renzo (dm) la voce si inserisce a tratti negli impasti, ossessivi e corrosivi, creati da Robbie Marshall (ts, ss, cl, bcl), Kevin Breit (g) e Charles Burnham (vln), anche con l’ausilio di distorsioni.




Rivisitare il repertorio di Frank Sinatra, basato in gran parte sul contributo al songbook di autori come Johnny Mercer, Jimmy Van Heusen, Sammy Kahn, Jerome Kern e Cole Porter comporta l’inevitabile rischio di cadere nella riproduzione di un modello codificato. Più conosciuto come attore, Robert Davi l’ha affrontato con grande professionalità, dimostrando grande sicurezza nel controllo delle risorse di baritono leggero dalla pronuncia nitida e aggraziata. Di Sinatra Davi non possiede il formidabile swing, il timing perfetto, le dinamiche e il fraseggio oscillante tra sapienti anticipi e ritardi. Tuttavia, ha proposto un’interpretazione sincera e non banale di pagine ormai entrate nella memoria collettiva. Tra queste, particolarmente apprezzabili le swinganti «I’ve Got the World on a String» e «Come Fly With Me», l’introspettiva «When Your Lover Has Gone» e l’evocativa «Ol’ Man River». Nel quartetto accompagnatore ha brillato per senso armonico ed efficacia negli assolo Emil Richards (vib), all’anagrafe Emilio Radocchia.



Sarebbe controproducente continuare a confrontare Ravi Coltrane con il celebre padre, anche perché a 50 anni ha ormai definito una sua compiuta identità e un linguaggio – sia strumentale che compositivo – maturo e sfaccettato. Ne è un esempio illuminante il suo Guitar Quartet, in cui Adam Rogers gioca un ruolo di efficace contraltare con un bagaglio armonico e un fraseggio ricchi e incisivi, modellati alla radice su maestri come Jim Hall, Tal Farlow e Barney Kessel, ma con un’impronta e una visione moderne che senz’altro devono qualcosa a Pat Martino e Mick Goodrick. Le timbriche pulite ed essenziali ben si fondono nell’esposizione dei temi, all’unisono o in contrappunto, col leader. Sia al tenore che al soprano Coltrane esplora le implicazioni armoniche –spesso basate su un tessuto modale– tanto nelle composizioni originali, quanto in «Humpty Dumpty» (e infatti la poetica del primo Ornette Coleman ben si attaglia all’identità del quartetto). Al sopranino, invece, riesce a rendere spigolose e aspre l’introduzione e l’esposizione tematica di «Lush Life». Nel poderoso apporto della ritmica si apprezzano le linee fluide, sontuose e la pulsazione potente di Scott Colley (b), anche prodigo di invenzioni melodiche, nonché le scansioni ingegnose e le molteplici divisioni metriche di Nate Smith (dr), fonte di esplosive soluzioni dinamiche.


Ron Carter Quartet © Paolo Iammarone by courtesy of Pescara Jazz


Con una formazione ormai navigata come Foursight, e indipendentemente dalla sostituzione di Renee Rosnes con Jacky Terrasson, Ron Carter porta avanti la sua idea di jazz modernamente classico, a metà strada tra l’eredità di Davis e le influenze latine delle proprie composizioni. L’assetto apparentemente anomalo allinea piano, batteria (Payton Crossley) e percussioni (Rolando Morales-Matos), ponendo il contrabbasso in un ruolo centrale, ma non invadente, veicolo di molte idee e numerosi sviluppi melodici, grazie alla configurazione architettonica delle linee, al superbo senso del tempo e ai proverbiali glissando. Con cura e pulizia del suono meticolose -quasi alla maniera del Modern Jazz Quartet– il quartetto scava nell’essenza delle pagine davisiane, come nell’esemplare «Seven Steps to Heaven»; prosciuga la sostanza di pezzi latin (vedi «Caminando»); ricava spunti per vere e proprie reinvenzioni della struttura di standards come «You and the Night and the Music», impreziosita da un dialogo empatico tra basso e percussioni.



Il quartetto allestito da Dave Holland con Chris Potter (ts, ss), Lionel Loueke (g) ed Eric Harland (dm) opera in modo realmente paritetico. Nessuna delle quattro forti personalità prevale, il che si riflette anche nell’ambito compositivo. Ovviamente si distinguono e si apprezzano le fitte costruzioni di Holland, autentico centro motore, e la sua fine concezione armonica; le approfondite indagini di Potter nei risvolti delle strutture; il retaggio africano - sia melodico che ritmico - di Loueke, che sa trattare anche timbricamente lo strumento alla stregua di un’arpa kora o di un n’goni; la sagacia di Harland nel sostenere il tessuto ritmico contrastando al tempo stesso il lavoro dei colleghi con controtempi e figurazioni spezzate. Recentemente costituita, questa formazione ha tutte le carte in regola per mettere presto a frutto l’enorme potenziale e tradurlo in una compiuta sintesi, non priva di elementi innovativi.


Dunque, ancora una volta Pescara Jazz ha saputo costruire un programma ben bilanciato tra il lascito della tradizione ed espressioni del tutto consone alle esigenze della contemporaneità.

Enzo Boddi
Fotos:
Paolo Iammarone by courtesy of Pescara Jazz

© Jazz Hot n° 673, autunno 2015