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Anthony Braxton © Francesco Dalla Pozza by Courtesy of Vicenza Jazz

Vicenza, Italia


Vicenza Jazz-New Conversations, 15-16 maggio 2015



Vent’anni di suoni, ritmi, visioni era il titolo scelto dal direttore artistico Riccardo Brazzale per celebrare il ventesimo anniversario del festival vicentino, anche quest’anno articolato in numerosi eventi dislocati in vari spazi della città e distribuiti nell’arco di una settimana, tra l’8 e il 16 maggio.
Molto vario come per ogni festival che si rispetti, ma anche meno coraggioso del solito, il programma ha concesso un congruo spazio ai musicisti italiani – cosa tutt’altro che scontata in altre manifestazioni nazionali – e ha ospitato artisti stranieri di indubbio livello quali Maria Schneider, lo Jan Garbarek Quartet con Trilok Gurtu, Soft Machine Legacy con Keith Tippett, Gregory Porter e Arturo Sandoval, giusto per citare i più importanti.
I due eventi conclusivi hanno rivelato la duplice anima, divisa tra l’amore per la ricerca e la necessità di offrire proposte accessibili al grande pubblico, che del resto ha contraddistinto la programmazione del festival negli ultimi anni.





Anthony Braxton Group © Francesco Dalla Pozza by Courtesy of Vicenza Jazz


Al Teatro Comunale Anthony Braxton si è presentato con un quartetto paritario che allineava tre dei suoi più stretti collaboratori, tutti suoi ex allievi. Taylor Ho Bynum funge da autentico alter ego del compositore di Chicago con tromba, cornetta e trombone a coulisse da cui ricava una gamma impressionante di colori, timbri e inflessioni, una sorta di compendio della storia degli ottoni nel jazz. Ingrid Laubrock (ts, ss) ha il compito di integrare i densi passaggi collettivi e di costruire intrecci ed impasti con le ance di Braxton (impegnato, oltreché all’alto, al soprano e al sopranino). Nella dialettica tra i fiati si interpone Mary Halvorson (g) nella duplice funzione di sostegno e raccordo, producendo un formidabile spettro timbrico che spazia da una dimensione acustica spoglia, quasi snaturata e più somigliante a certi strumenti etnici a frammenti aguzzi memori della poetica di Derek Bailey, fino ad assumere contorni graffianti tramite distorsioni di matrice rock.
Soprattutto all’alto Braxton riesuma le sue antiche passioni per Paul Desmond e Lee Konitz nei passaggi più limpidi. Tuttavia, laddove inasprisce il timbro e contorce il fraseggio, riaffiorano riferimenti ai capisaldi della sua produzione per alto solo, come For Alto (1969) e Saxophone Improvisations Series F (1972).
L’impianto e l’impostazione del quartetto risentono di una concezione cameristica, cosa del tutto connaturata alla prassi di Braxton, sfociando in un’unica esecuzione senza soluzione di continuità caratterizzata da una fitta scrittura in parte debitrice delle avanguardie europee del secondo Novecento, in parte riconducibile alle sperimentazioni compiute dai musicisti del circuito AACM, e sempre guidata da segnali e codici del compositore. Vi si inseriscono brevi squarci di improvvisazione, giochi di botta e risposta tra i singoli, ma prevale comunque la disciplina rigorosa del collettivo. Jazz? Musica contemporanea? Forse nessuna delle due cose, se si attribuisce un significato convenzionale ai termini, ma sicuramente una visione lungimirante, frutto di un’instancabile ricerca.

Mare Nostrum © Francesco Dalla Pozza by Courtesy of Vicenza Jazz


Riproposizione di un progetto documentato dal disco eponimo pubblicato dalla ACT nel 2007, Mare Nostrum – ospitato nella cornice del Teatro Olimpico - propone un incontro di culture tra il sardo Paolo Fresu, il francese Richard Galliano e lo svedese Jan Lundgren. Obiettivo del trio è la ricerca di comuni valori melodici attinti ai rispettivi patrimoni. Rispetto al disco d’esordio (il secondo uscirà nel 2016) non emergono però sostanziali novità, anzi. I tre indulgono eccessivamente nella produzione di melodie ben tornite, a tratti accattivanti, più spesso rassicuranti e perfino stucchevoli. La maestria di Galliano nel cavare timbriche e dinamiche dai mantici della fisarmonica e del bandoneón si limita all’autocompiacimento, lasciando pochissimo spazio al fuoco creativo e all’impeto ritmico che gli sono propri. Il disegno melodico di Fresu, soprattutto al flicorno, risulta facilmente riconoscibile, quando non addirittura prevedibile. Solo quando, allontanatosi dal microfono, cerca un confronto con i volumi del teatro, si colgono sfumature apprezzabili. Il pianismo classicheggiante di Lundgren è essenziale, ma fin troppo calligrafico. Nei rari momenti in cui affiorano sincopi, blue notes e sostanza ritmica la musica sale di livello e rivela potenzialità purtroppo inespresse. Ciò non toglie che poi il consenso del pubblico sia ugualmente massiccio ed entusiastico.
Il bilancio complessivo del festival, che rimane uno dei più apprezzati e seguiti in Italia, va comunque valutato positivamente. Semmai, in chiave futura andrebbero riconsiderati struttura e contenuti. La prossima edizione si svolgerà dal 6 al 14 maggio 2016 sotto il titolo Di nuovo in viaggio verso la libertà. Speriamo che sia di buon auspicio per una programmazione più coesa e coraggiosa.


Enzo Boddi
photos © Francesco Dalla Pozza by courtesy of Vicenza Jazz


© Jazz Hot n° 672, estate 2015